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LA SIGNORA CARLONI

Era una bella giornata. Il sole in alto a illuminare le strade alberate, piene di foglie secche cadute per l'autunno. Qualche auto parcheggiata qua e là in quella strada di periferia poco trafficata dove erano situate delle piccole case a schiera a due piani. Di fronte ad esse c'era un parco dove gli anziani potevano passare la giornata a giocare a briscola o a dama. A quell'ora poi molti in quella zona erano fuori casa per lavoro.
Un uomo, vestito in modo formale, camminava con passo misurato portava con sè una valigetta nera, indossava ad un paio di occhiali da vista dalla montatura scura, occhi grigi e capelli corvini ben curati. Citofonò ad una porta verniciata di verde,‭ ‬contrassegnata dal numero‭ ‬18.
- Chi è?
- Signora Carloni, sono un avvocato dello studio che rappresenta il signor Serri.
La signora chiuse bruscamente il citofono. L'uomo sapeva che non sarebbe stata una visita con un buon finale, ma il lavoro è pur sempre lavoro, andava fatto. Gli screzi tra il suo cliente e la donna dovevano finire quel giorno, altrimenti niente pagamento extra.
Dopo un minuto buono di attesa l'avvocato stava per risuonare quando la porta si aprì.
La signora era molto anziana, con i capelli grigi legati dietro e brillanti occhi azzurri incastonati in due fessure.
- Che cosa vuole ancora quella serpe?
- Sono l'avvocato Muro - il tono era pacato mentre gli tendeva la mano per stringerla. Lei la ignorò e continuò a guardarlo. Facendo finta di niente parlò ancora - ieri avete ricevuto una chiamata dal mio studio, ricordate?
- Sì, finalmente ha deciso di smetterla quel lurido cane - Le parole erano piene di veleno - entrate - sembrava quasi un ordine più che un invito. Seppur vecchia ed esile sembrava avere molto carattere - da questa parte.
All'interno della casa c'erano molte e molte foto, alcune nuove altre molto vecchie. Tutte di persone giovani o verso la mezza età, riprese di busto o per intero, in un ordine confuso. Due mobili all'entrata erano piene di fotoritratti. Una collezione strana.
L'anziana padrona di casa fece strada in silenzio verso il salone. La stanza era illuminata dal sole autunnale e i mobili all'interno vecchi ma ben curati,  così come la grande libreria posta davanti al divano. C'erano libri su libri, compresa una enciclopedia e sotto di essa un televisore non più usato.
L'avvocato si guardava intorno, chiedendosi il perché di tante foto e di quanto fossero vecchi quei libri.
- Lei, come tutti quelli che mi fanno visita, si starà chiedendo come mai ho tante foto - gli disse dopo averlo fatto sedere sul divano, come se gli avesse letto nel pensiero.
Lui fece un sorriso di circostanza mentre apriva la valigetta sulle ginocchia - Sì, ma credo che nell'arco di una vita si accumulano molte cose, foto comprese.
La vecchia si sedette in una poltrona davanti a lui, iniziando a fissarlo come per metterlo a disagio in un attimo di silenzio.
Muro si schiarì la voce e prese dalla valigetta una carpetta rossa. Sembrava una persona abituata a portare cattive notizie che si preparasse ad una tempesta - Queste sono le disposizioni del signor Serri per il termine della causa in corso.
- Non mi interessa cosa vuole - rispose immediatamente -  voglio solo essere lasciata in pace.
- Signora Carloni, capisco che siete esasperata per tutto questo. Ma il nostro cliente vuole solo mettere la parola fine.
- Se chiede di avere il libro e le fotografie d'epoca se lo può scordare!
Sospirando Muro porse la carpetta rossa - Non si tratta solo di questo, poiché ora il vostro ex marito versa in gravi condizioni si appella al vostro buon cuore per essere riaccettato in casa.
Lei per tutta risposta si mise a ridere lievemente, prendendo la carpetta - al mio buon cuore? - Poi si fece seria - mi ha reso la vita un inferno ed ora vuole che sia buona con lui?
Non rispose e attese paziente che lei finisse di leggere il contenuto. Guardandosi attorno osservò che nella libreria c'erano libri anche antichi. Non era un intenditore, si capiva però che alcuni di quei volumi dovevano avere un grosso valore visto il tanto darsi da fare del signor Serri per recuperarne uno in particolare.



- Non se ne parla nemmeno - disse stizzita la signora Carloni porgendo con un gesto brusco la carpetta ancora aperta dopo aver finito - Giovanni ha perso quello che vuole adesso, avevamo accordi prematrimoniali ben precisi noi. Che vada dietro ad altre cosce come gli è sempre piaciuto a quel lurido porco.
Muro prese la carpetta e la sistemo dentro la valigetta senza battere ciglio, chiuse un attimo gli occhi per poi prendere un cellulare da una tasca - lei è sicura di non voler accettare questo ultimo possibile accordo?
- Assolutamente, che vada pure al diavolo insieme alle sue donnacce!
- Mi dia un attimo - cerco in rubrica un numero - mi è stato detto di comunicare subito la sua decisione.
- Faccia pure.
Dopo alcuni squilli una debole roca voce maschile rispose - Sì?
- Sono l'avvocato Muro, mi ha detto che dovevo chiamarla per l'esito.
- Ditemi - alcuni colpi di tosse si potevano sentire durante la telefonata.
- La signora Carloni ha rifiutato la proposta - mentre diceva questo lui e la signora si guardavano.  Lei era decisamente infastidita dalla presenza di un estraneo in casa sua, e lui sfidandola reggeva il suo sguardo.
- Ho capito - altri colpi di tosse - gli mostri la seconda proposta e lasciate il telefono aperto.
Muro si fece scuro in volto - Come desiderate - posò il telefono accanto a sè sul divano e si alzò - Dovevate accettare la prima proposta - disse con un tono pacato e glaciale allo stesso tempo estraendo un coltello a serramanico.
Nemmeno il tempo di reagire o di urlare che lui si lanciò fulmineo sopra di lei. Con la mano sinistra gli teneva ben serrata la bocca mentre con l'altra l'accoltellava allo stomaco e di fianco. Inutilmente tentava di liberarsi mentre la lama gli penetrava il corpo con facilità e forza. Svariate coltellate, una dopo l'altra in modo sistematico e freddo. Ancora viva e senza respiro il suo gemere debole sembrava venire da lontano mentre gli occhi trasudavano dolore.
L'assassino la prese dai capelli e la buttò vicino al divano. La voltò verso l'alto con i piedi e mentre lei urlava piano per il dolore tenendosi la ferita iniziò a premere con il piede sullo stomaco di lei. Quando sentiva il suo lamento diminuire schiacciava con forza per farlo aumentare. Di solito quando faceva così le vittime dicevano qualcosa, imploravano di finirla o altro,  invece questa no, stronza sino all'ultimo pensò.

Quando lei spirò prese in mano il telefono.
- Fatto, ha sentito tutto?
- Sino all'ultimo istante.
Guardò l'orologio, era mezzogiorno - lei è sicuro che in questa zona nessuno potrebbe aver sentito?
Una risatina si sentì dal cellulare - in 30 anni di litigi nessuno si è mai lamentato e avevamo pure messo finestre insonorizzate negli ultimi tempi.
- Bene, tra quattro ore sarò a casa sua, mi dica dove devo cercare questo libro.
- Può essere solo in due posti: nelle librerie in salone oppure sopra nella nostra camera da letto - la voce si fece un po' tremante - è morta, non è vero?
- Sì, lo è.
-‭ ‬Faccia‭ ‬in fretta‭ ‬-‭ ‬prese un respiro‭ ‬-‭ ‬prenda‭ ‬il libro ed esca‭ ‬subito‭ ‬da lì.
L'assassino fece una pausa un attimo, come per raccogliere le idee - non posso uscire così, devo mettermi il cambio di vestiti che ho in valigia.
- Lasci stare il cambio di vestiti. Prenda il libro ed esca subito da lì.
- Senta io non so come lei sia abituato. Quando mi ha detto che dovevo uccidere la sua ex moglie fingendomi un avvocato ho accettato con riluttanza il lavoro visto che non avevo mai lavorato così quindi ora... - la linea del telefono cadde.
Guardò per un istante il cellulare e provò a chiamare di nuovo. Quando Serri rispose era agitato.
- Esca subito di lì, presto!
Muro prese un respiro profondo - Si calmi, sta andando tutto come... - di nuovo cadde la linea.
Tentò svariate volte di richiamare il cliente. Il telefono era come morto, non c'era campo. Senza farsi turbare da questo si spogliò,  prese il cambio di vestiti dalla valigetta e lo indossò stando attento a non sporcarli di sangue, sopratutto le scarpe.
Dopo essersi cambiato cerco il famigerato libro nella biblioteca. Il cliente gli aveva detto che era l'unico senza titolo, con una copertina marrone consumata ed era scritto in latino. C'erano prime edizioni di svariati romanzi inglesi, tedeschi e francesi del diciannovesimo secolo. Erano presenti anche saggi e degli scritti di Freud, Frazer e Darwin in lingua originale e qualcuno che forse era stato scritto ancora prima che questi fossero nati. Nessuna traccia del libro in questione.
Si diresse verso le scale del corridoio per poi salire al piano di sopra. Se non è lì allora sarà nella stanza da letto. Salendo notò che alcune foto erano sfocate, come se fossero state fatte male. Erano un po' inquietanti tutti quei ritratti, ma non se ne curò oltre.
Entrò dentro. anche qui c'erano moltissime foto, insieme ad un armadio e due comodini. La luce qui entrava filtrata dalle persiane abbassate. L'aria aveva un che di vecchio, quasi marcio. C'era un libro su di un comodino, senza titolo sopra. Lo prese e lo sfogliò, era scritto in latino e c'erano strani disegni fatti a mano di uomini davanti ad una luce. Sfogliandolo cadde un pezzo di carta piegato in due.
Lo raccolse da terra. Era carta ingiallita, vecchia. Aprendolo vide che era scritto in italiano.

12 Settembre 1901
Nota sul libro: le teorie esposte sono molto affascinanti ma poco utilizzabili. Per poter imprigionare quello che il suddetto libro propone occorre una luce molto potente di una frazione di secondo. Il fascio deve essere diretto verso una persona adeguatamente preparata. Non è infatti possibile eseguire la procedura se non in presenza di persone che reagiscono positivamente al test del composto.

24 Settembre 1901
Composto: Sono finalmente riuscito a trovare l'adeguata composizione chimica per il composto verde. Basta seguire le istruzioni scritte sul libro alle tavole che ho segnato su di esso. Occorrono però quattro giorni però e non due come è scritto.

1 Ottobre 1901
Luce: Sono riuscito a modificare la macchina affinché faccia un buon fascio di luce. Questo però non influirà sull'esito.

4 Novembre 1901
Prova: Ho iniettato il composto ad una persona che ho rapito. Domani saprò se funzionerà.
Nota personale: Mi stupisco di me, a 50'anni sono riuscito a rapire una persona con la metà dei miei anni.

Perplesso finì di leggere. Rigirò il foglio e gli diede un ultima occhiata, per poi guardare la copertina del libro. Chissà che cosa c'è scritto. Diede un'ultima occhiata al foglio, notò che dietro c'era una firma in piccolo stampata.

Dottor Luca Giovanni Serri

Ma il suo cliente non si chiamava Giovanni Serri pure lui?

Ancora più perplesso infilò il foglio dentro il libro ed uscì dalla camera. Le foto presenti nella stanza in quel lasso di tempo erano sbiadite quasi del tutto.
Scese le scale ed entrò nel salone per dare un'ultima occhiata al corpo di lei. Sembrava tutto a posto. Infilò il libro dentro la valigetta e la chiuse con cura. Visto che il cliente vuole avere subito il libro meglio non farlo aspettare, pagherà di più per l'anticipo dei tempi previsti pensò. Un sorrisetto si disegnò sul suo volto pensando questo, ma si spense subito quando vide una foto appesa al muro. La prese e la osservò meglio, stava sbiadendo, diventava lentamente bianca. Meravigliato continuò a guardarla diventare come neve. Non aveva mai visto una cosa del genere.
- No, non farlo...
Sentì come una voce lontana, non capiva da dove venisse.
- Ti prego no...
- Chi è che parla? - Allarmato si guardò intorno tirando fuori il coltello, vide con molto stupore che anche il resto delle foto si stavano cancellando.
- Non farmi del male...
La voce proveniva da una foto che in quel momento stava acquisendo colore. A rilento prendeva forma un primo piano di un uomo, con uno spillone piantato nell'occhio.
Spaventato fece cadere dalle sue mani la foto. Il cuore stava battendo forte. Fissava ancora la foto, era come se stesse parlando a lui. Quando alzò lo sguardo sbiancò in volto, terrorizzato da  quello che vedeva.
Tutte le foto erano primi piani di morte. Donne, uomini e anche ragazzi e ragazze che morivano in primo piano, animati da non si sa che cosa.
- No basta!
- Ti supplico!
- Ho moglie e figli!
Tutti dentro quelle foto urlavano e gridavano di dolore.
Terrorizzato e tremante cadde a terra non riuscendo a reggersi in piedi. Tutto quello che stava vedendo e sentendo era paradossale. Le urla strazianti di dolore e supplica erano come martellate improvvise che gli entravano in testa. Annaspando si alzò stringendo il coltello e correndo verso l'uscita. Non si accorse di aver lasciato la valigetta ancora sul divano.
Sbattè contro il muro nella confusione più totale. Come d'improvviso aveva perso in pochi secondi la lucidità mentale e la freddezza che aveva prima. Aveva visto morire molte persone, mai aveva visto dei morti in foto gridare e urlare tutti insieme di continuo.
Raggiunta l'entrata strinse con forza la maniglia della porta verde cercando senza successo di aprirla. Si sentiva come se avesse corso troppo, con il fiato che veniva a mancare.
- Apriti! Apriti cazzo!
Tentò e tento più volte di aprirla disperato. Era bloccata, la maniglia girava a vuoto. Non si accorse che mancava la serratura dall'interno.
- No! Basta no!
- Che cosa ho fatto di male!
Le foto continuavano all'unisono le loro suppliche, coprendo i passi di chi stava avvicinando alle sue spalle. Quasi strisciando arrivò dietro di lui, tenendo in mano una siringa con una sostanza verde scura all'interno.
Fu un attimo, senza nessun preavviso l'ago penetrò dentro il collo dell'assassino che disperato batteva prima colpi alla porta.
Il liquido verde entrò tutto dentro.
Si accasciò a terra, contorcendosi. Il dolore si propagò per tutto il corpo facendogli perdere la presa sul coltello,‭ ‬che cadde. La stessa mano che prima aveva iniettato il contenuto alchemico raccolse l'arma.
Le ultime cose che Muro vide furono un flash accecante, seguito dal dolore delle coltellate su di lui, simili a quelle che aveva inferto prima alla donna .

Quando tornò nel salone e vide la pozza di sangue che macchiava il tappeto a terra scosse il capo - e come faccio ora lavarla via? -  Si disse osservando la macchia rossastra.
La signora Carloni, lievemente più giovane di quando aveva aperto la porta verde prima, teneva in mano il cellulare di chi, con la sua anima, gli aveva ridato vita e un po' di giovinezza. Le foto erano tornate normali, tranne per quella caduta a terra - bisognerà cambiare la cornice - commentò.
Il telefono inizio a suonare. Con tutta calma rispose - pronto?
- Muro finalmente! - colpi di tosse roca seguiti da uno schiarimento di voce - Avete preso il libro?
- Sì, lo aveva preso caro.
Un attimo di gelido silenzio.
- Tu mi vuoi morto, dopo tutto quello che abbiamo passato insieme nell'arco di un secolo!
- Non è colpa mia se ti piacciono quelle giovani. E' la seconda volta che tenti di uccidermi Giovannino - era molto divertita da tutto quello che era successo.
- Io ho bisogno di quella formula! Non ho più foto di anime da cui trarre vita!
- Affari tuoi, ora ho da fare, devo sistemare la cornice ad una foto e lavare un tappeto - si guardò, il vestito era sporco di sangue - devo pure lavare i vestiti, per colpa tua, come al solito, dovrò fare un bucato extra.
- Maledetta strega! Se non fosse stato per me saresti morta da oltre un secolo!
- Sei sempre stato uno smemorato - scosse il capo - dimenticavi tutto, anche le cose importanti. Ora devo andare, ciao ciao caro.
Chiuse la telefonata. Aveva molto da fare quel giorno. Doveva pure trovare uno spazio per una nuova foto.

GIULIO CORTELLESI

Il testimone fuggiva via mentre l'assassino gli dava la caccia.
Credeva di essere in salvo ormai da quell'uomo, così freddo e spietato, uccisore di decine e decine di vite innocenti, colpevoli di essersi imbattuti in lui.
Anche il testimone aveva incrociato la sua vita con quella dell'assassino, uscendone vivo, illeso per pura fortuna. E ora anche lui sentiva di fare la stessa fine degli altri.
L´aveva visto mentre stava uccidendo una donna in un parcheggio.
Era lì per caso. Doveva solo comprare il regalo di compleanno per sua figlia, tornare a casa e festeggiare.
Invece vide con i suoi occhi l'assassino uccidere una donna.
Anche l'assassino vide lui, così normale e comune, un padre con in braccio una bambola per chissà quale bambina. Quell'incrocio di sguardi sembrò durare una vita. Un silenzio rotto dal forte battere del cuore di entrambi.
Meglio ucciderlo, pensò in quel lungo istante l'uccisore, prima che scoprano il mio vizietto.
La mano stringeva il taglierino, sporco dal sangue della vittima. Quando provò ad avvicinarsi l'altro fuggì via lanciando il regalo contro di lui. Lo rincorse come fa un predatore con la sua preda. Lo agguantò con tutta la forza in corpo, ma la nuova vittima era dura da prendere, reagì lottando contro di lui e  riuscì soltanto a fargli un taglio sul viso prima che succedesse l'imprevedibile.
Non c'erano solo preda e predatore in quel parcheggio che prima era così deserto. Due poliziotti fuori servizio accorsero da lontano.
Inutile raccontare quello che ne seguì. L'assassino era stato preso, sistemato a suon di pugni e calci, consegnato ai colleghi e pronto per essere impacchettato prima di un processo.
I giornali e la tv ne parlarono per giorni. Lo avevano chiamato "l'assassino taglierino" per schernirlo.
Col passare dei giorni la magistratura trovò corrispondenze con altri omicidi fatti in tutta Italia. Quella donna nel parcheggio era la numero trentatré. C´era addirittura un prete tra coloro a cui aveva tolto la vita.
Ogni volta che veniva interrogato dalla polizia lui rideva, rideva sempre.
Anche quando era col suo avvocato rideva, e pure quando lesserò la condanna in primo grado rideva. Rise pure quando in appello fu dichiarato infermo di mente. In cassazione poi rideva ancora più forte.
Quando fu finalmente libero smise di ridere.

La figlia del testimone aveva iniziato l'università.
Lui dopo aver visto morire quella donna non rise mai più. Non rise nemmeno quando i giornalisti cercavano una dichiarazione da lui dopo che il suo predatore era stato lasciato libero.
La notte non dormiva più. Gli sembrava di vederlo ovunque, di sentirlo dietro di lui, sempre.
La moglie era molto preoccupata, non sapeva più che fare. Lui però aveva trovato invece cosa fare. Andò in pensione anticipata. La miglior cosa fare pensò quel giorno. Sparire e non farsi più trovare. Tanto la figlia studiava all'estero e sua moglie voleva tanto tornare al suo paesino in montagna dov'era nata, meglio farla contenta allora.

Era un giorno di ottobre. Si svegliò presto, alle 5:00. Doveva incontrare l'agente immobiliare al paese di sua moglie per decidere l'acquisto di una piccola villetta.
Quando in bagno iniziò a farsi la barba sorrise. Sì, pensò, meglio lasciarsi tutto alle spalle.
− Vedo che finalmente hai sorriso − gli disse la moglie sorridendo lieve. Lui in tutta risposta gli sorrise di rimando − non posso accompagnarti oggi − continuò lei − a scuola hanno bisogno di me.
− Va bene. Mi aiuterà tua sorella in paese allora.
Bevve un caffè per poi infilarsi la giacca pesante − torno presto − gli disse dandogli un bacio sulla guancia.
Presa la vecchia panda iniziò il suo viaggio in quella fredda giornata di novembre.
C'era circa un'ora e mezza di strada da fare in macchina per arrivare lì e non si accorse di una macchina nera che lo inseguiva da quando era uscito dalla città.
Degli occhi spietati lo fissavano.
Dopo un'ora di viaggio era quasi a destinazione. Mancava poco, solo qualche chilometro fatto di curve costeggiate da alberi che perdevano le foglie e il cielo si faceva grigio con il vento che iniziava a soffiare forte.
Andava tranquillo, senza alcun pensiero. Mai avrebbe immaginato che da lì a poco avrebbe iniziato di nuovo a correre per la sua vita.

La macchina nera lo raggiunse e spinse la vecchia panda da dietro.
− Hei ma che fai imbecille! − Quando dallo specchietto retrovisore vide chi era gli si raggelò il sangue. Era lui, l'assassino, sorrideva in modo diabolico seduto nella sua auto. Lo salutava, come se fosse un vecchio amico.
Il cuore del testimone iniziò a battere più forte.
La paura mista all’adrenalina lo pervase del tutto. Accelerò mentre colui che gli aveva segnato la vita lo inseguiva.
L'uccisore ci aveva preso gusto. Per lui era solo un gioco spietato. Un gioco che sentiva di vincere. Sapeva che sarebbe bastato poco per far sbandare quella piccola auto e voleva impaurirlo per bene prima di cambiare quel suo divertimento con un’altro.
Fiancheggiò la macchina e la colpì di fianco per farla sbandare. Deciso a dare l'ultimo colpo girò del tutto e con violenza il volante a sinistra.
L'urto fu forte. La panda invece di schiantarsi sul guardrail imboccò una strada sterrata per pura fortuna.
Il mite uomo era nel panico dentro quella fragile auto. Non rallentava su quel terreno così scosceso. Accelerava e basta.
La boscaglia si faceva più fitta e la strada sembrava sparire.
All'improvviso un forte tonfo venne da sotto. L'auto si fermo, si spense.
− Andiamo parti! Parti! − Provava ad accenderla girando la vecchia chiave, invano. Il motore non dava segni di vita − andiamo!
L'auto dell'assassino correva veloce nella sua corsa folle.
Il testimone preso dal panico uscì di corsa e imboccò un piccolo sentiero che scendeva ancora più giù.
Quando sentì il rumore di un forte schianto si fermò. Dove c'erano le due auto si vedeva del fumo salire. Dal basso da dove si trovava stava sperando nella morte di quel pazzo. Quando sentì il rumore di uno sportello sbattere iniziò di nuovo la sua corsa seguendo quel sentiero sconosciuto.
L'omicida, preso da una smania di uccidere sconsiderata, si lanciò come una bestia all'inseguimento di quella preda. Era da tanti anni ormai che non ammazzava qualcuno. Desiderava con tutto sé stesso riprendere di nuovo proprio con lui che lo aveva visto mentre era preso nel suo divertimento.
Non vedeva nient'altro che lui mentre correva in mezzo a quegli alberi con il respiro pesante come quello di un animale feroce. Inciampò cadendo a terra sulla terra umida e, come se niente fosse, si rialzò sporco di terra correndo verso il suo oggetto dei desideri.

Il mite uomo non ce la faceva quasi più. Stava iniziando ad avere dolore al fianco per lo sforzo. Si stava fermando, rassegnato al suo destino e rassegnato quando oltre agli alberi davanti a lui vide delle figure nere. Erano delle persone! Sono salvo pensò. Con tutta la stanchezza in corpo e il fiatone andò diretto verso di loro.
Dopo gli alberi c'era una vecchia strada asfaltata. Questa portava ad un ponte, oltre il quale c'era una vecchia chiesa. Mentre le campane iniziavano a suonare si era alzato un vento freddo e le nuvole iniziarono a diventare più grige, nere.
Quella gente seguiva un carro funebre diretto verso il suono delle campane. Erano tutti vestiti di nero e con i volti rivolti verso il basso. Le donne portavano dei cappelli scuri e non si riusciva a vedere il loro volto.
Il testimone provò a parlare, urlare aiuto, non ci riusciva, non aveva più voce. Non capendo il perché si mise di fianco a loro, come se stesse andando pure lui a quel funerale. Seguendo queste persone potrei salvarmi pensò.
Il corteo procedeva lento e Arrivato su quella vecchia strada l'assassino cercò la sua vittima. Sicuro di quello che stava facendo si unì pure lui in mezzo a quella gente. Controllò quanti erano lì in quel momento. Non erano molti per lui, solo trenta persone ignare di chi avevano accanto ora.
− Ti piace tanto scappare vedo − disse l'assassino a colui che voleva uccidere quando lo affiancò. Questi in tutta risposta rimase in silenzio, provando a celare la sua paura mentre il suo corpo tremava tutto − tanto lo sai che cosa ti aspetta.
Il mite uomo cercò di dire qualcosa ma non ci riuscì. Voleva affrettare il passo.
− Non puoi salvarti − il tono di voce era basso, sembrava venire da un posto dimenticato e buio − sei mio, soltanto mio. Lo sai bene. Lo sapevi che saresti morto nell'esatto istante in cui mi hai visto quel giorno.
Delle lacrime iniziarono a scendere dal volto del testimone. Non riusciva a parlare, guarda volo fisso davanti a se. Era così interminabile quel ponte verso la chiesa.
L'uccisore sorrise, estasiato dalle lacrime di quell'uomo − mi piace sai? Mi piace vedere la tua paura. La consapevolezza che non arriverai a casa oggi.
Il pianto delle donne che piangevano si fece più forte - fa male - dicevano alcune. Alcuni uomini avevano iniziato pure loro a piangere. Qualcuno si teneva il fianco, un altro il petto o lo stomaco mentre camminava.
− Lo sai vero che quando finirò con te sarò sempre libero? Lo sai no? − l'aspetto dell'assassino era ora spaventoso. Nel suo volto c'era una maschera beffarda fatta di piacere e di omicidio. Trapelava morbosità dalla sua voce − Dicevano che ne ho uccisi dieci in tutta Italia. In verità ne ho uccisi di più! Pensa che il primo era mio padre! − Scoppiò in una risata che riuscì in tempo a soffocare per non dare nell'occhio − ero giovane, avevo appena diciotto anni. Lui mi diceva che ero malvagio, che dovevo lasciare stare i miei amici e le ragazze, non dovevo fare del loro del male. E io in tutta risposta gli ho tagliato la gola! E a te chissà che farò!
− Tu non hai... − Il testimone provò a parlare, non riuscendoci. Era troppa la paura. In quel momento pensava a sua moglie, alla sua famiglia. Strinse i pugni. Doveva fare qualcosa, anche buttare quel mostro giù dal ponte. Sì, poteva farlo, bastava solo dargli una spinta.
Si voltò, quel demonio guardava solo davanti a se mentre continuava a parlare. Sembrava che fosse innamorato della sua voce. Sì, poteva farcela, bastava solo spingerlo è tutto sarebbe finito. Stava per farlo quando una mano si poso sulla sua spalla − Potrebbe darmi una mano per sistemare i fiori per piacere? − Era un uomo alto, sembrava che avesse la sua età. Il volto era triste così come i suoi occhi.
− S-sì, certo.
− Grazie − lo prese per il braccio tirandolo piano − da questa parte.
Non si era accorto che erano arrivati alla chiesa.
L'assassino aveva sempre sul viso quel sorriso beffardo mentre alcuni uomini vestiti in nero prendevano la bara dal carro funebre.
− Eccole qua, prenda quella corona di fiori per piacere.
− S-si − visibilmente tremante e scosso, prese veloce i fiori e seguì l'alto uomo dentro la chiesa.
All'interno tutto sembra vecchio. Le panche erano fatte di un legno secco, piene di polvere. I muri erano sbiaditi insieme a delle raffigurazioni di santi. Non c'era altare né altro che potesse indicare che quella era una chiesa. Solo una croce, una grande croce nera.
− Posi quì per piacere.
Posati i fiori si sentirono le urla dell'uccisore dalla soglia di quella strana chiesa.
− Hei! Che fate! Lasciatemi! − Due uomini lo avevano preso per le braccia. Lo stavano trascinando all'interno.
− Ma cosa sta succedendo?
− Venga qui − L'alto uomo appoggiò una mano sulla spalla del testimone con un tono di voce irragionevolmente calmo − Non si preoccupi per lui. Venga.
L'assassino iniziò ad urlare e a scalpitare nel momento in cui vide la sua preda entrare con uno sconosciuto dentro la sagrestia − hei! Dove scappi! Tanto lo sai che ti prendo! − Mentre urlava si dimenava come una belva appena catturata − lasciatemi bastardi!
Chiusa la porta dietro di sé, lo sconosciuto gli indicò una uscita − prego di qua.
Non capendo bene cosa stesse succedendo lo seguì. Sembrava come se lo volesse portare lontano da lì. Lo guardò meglio quell'uomo sconosciuto e triste, notò la somiglianza con l'assassino e si spaventò.
− Non si preoccupi. Non sono lui − accennò ad un sorriso.
− Ma che cosa sta succedendo qui? − Chiese incredulo e spaesato.
− Ognuno ha il destino che si merita si dice − rispose con tono pacato e gentile − lei non si preoccupi della fine delle altre persone. Pensi più tosto di andare dall'agente immobiliare, è da un po' che l'aspetta.
− Come fa a saperlo?
L'uomo sorrise in tutta risposta mentre apriva la porta per fuori.
− Io... Io... Non capisco cosa sta succedendo!
− Come le ho già detto − Aprì la porta invitandolo ad uscire − vada, ha molto da fare stamattina.
− Si... Ho molto da fare... Stamattina... − disse il testimone incredulo uscendo. La porta dietro di lui si chiuse dopo pochi passi. Molto confuso si guardò intorno. Con grande stupore vide la sua piccola automobile a pochi metri da lui. Era intatta, come se non gli fosse mai successo nulla e con le chiavi inserite dentro.
Si guardò un'ultima volta intorno. Il vento soffiava più forte di prima, alzando polvere mentre le nubi si facevano più nere. In lontananza si vedevano pure dei lampi. Sentendo il rumore di questi non esitò nemmeno un istante a salire e mettere in moto per andarsene via. Non voleva più saperne di tutto quello che gli era successo. Per lui era una storia con la parole fine scritta a caratteri cubitali. Nessuno mai avrebbe mai saputo quello che gli era successo. Lo avrebbero preso per pazzo.
Senza più voltarsi indietro e guardando avanti con un senso di innaturale di sollievo, andò via.

Mentre il mite uomo correva via con la sua macchina, l'assassino era dentro una bara aperta sotto la croce nera, legato e immobilizzato.
Provava e riprovava a liberarsi, dimenandosi come una bestia in trappola.
Sgranò gli occhi osservando meglio quell'uomo alto rientrare dalla sagrestia.
− Papà! Papà che ci fai qui!
L'uomo non rispose. Prese posto nella prima fila insieme ad altri. Un sacerdote, si avvicinò alla bara.
− Siamo qui oggi riuniti per dare l'estremo saluto al nostro compianto Giulio Cortellesi.
Sentendo il suo nome l'uccisore sbottò − Ma che cosa stai dicendo??? Io sono vivo! Vivo!!! Non sono morto bastardi! Papà diglielo tu che... − Giulio impallidì. Aveva paura per quello che stava vedendo. Suo padre era ricoperto di sangue, sanguinava copioso da una ferita alla gola. Anche gli altri dentro quella chiesa stavano iniziando a sanguinare, compreso il prete. Alcuni avevano il volto tumefatto mentre altri erano completamente sfregiati.
− No… Io vi conosco... Voi siete morti... Io vi ho ucciso!!! − Tentò di liberarsi ancora e ancora − io vi ho uccisi tutti!!! Tutti!!! Siete morti!!! Siete morti tutti!!!
La funzione funebre era iniziata. Il vivo era dentro la bara mentre coloro che dovevano essere deceduti commemoravano la sua futura morte. Per tutto il tempo non aveva fatto altro che urlare. Non ascoltò le parole né del sacerdote nel suo discorso né del padre quando lo ricordava ancora bambino. Era uscito completamente di senno.
Anche quando chiusero la bara e fu trasportato in spalla si muoveva come un forsennato.
Il portone dell'entrata si spalancò, mostrando il tempo fuori. Il sole era oscurato dalle nere nubi mentre il vento soffiando forte fischiava. Solo i fulmini illuminavano quella oscurità sovrannaturale.
Il corteo procedeva lento in direzione di un cimitero vicino. Le vittime di quella bestia avevano smesso di lamentarsi per il dolore. Mostravano tutti le ferite che lui aveva impresso a loro per sempre, con Il sangue che continuava a scorrere, come se non si fossero mai chiuse da allora.
Giulio continuava in tutti i modi di liberarsi. Era buio dentro quella bara di legno marcio che lo conteneva. Con la testa picchiava il coperchio cercando di aprirlo inutilmente. Urlava in preda all’isteria.
Sentì che lo stavano appoggiando a qualcosa prima. Stavano riaprendo.
Frenetico guardò attorno. Era in una stanza vecchia e spoglia con le vecchie pareti bianche. Dalla fronte usciva del sangue per le testate date. Lì dentro c'era solo suo padre che lo guardava. Aveva una faccia triste ma non dispiaciuta.
− Papà liberami!!! − Urlò con tutto il fiato che gli era rimasto. La voce era ormai rauca.
Lui non rispondeva. Era come immobile lì, con il vestito sporco di sangue e la ferita ben visibile.
Giulio iniziò a piangere disperandosi − mi dispiace... − sembrava come un bambino che voleva farsi perdonare − liberami ti prego...
Il padre si avvicinò. Lentamente chiuse di nuovo la bara mentre lo guardava fisso negli occhi.
− Noooooooo! Lasciami!!! Cambierò ti prego!!! Lasciatemi!
Urlò e urlò ancora da lì dentro. Con tutto il fiato che aveva in corpo continuò. Sentiva i rumori di quando lo avevano preso, la sensazione di scendere e poi il rumore della terra sopra di sé.
Non smise mai di gridare.
Si sentivano ancora le urla quando le vittime dell'assassino iniziarono ad andare via, lasciando solo una lapide senza nome in quel cimitero dimenticato da tutti.

TELEFILM DI MEZZANOTTE

Il sonno era agitato, non c’era pace. Era Inutile rigirarsi sotto le coperte a trovare la posizione giusta per dormire. La stanchezza si sentiva, unita ad un certo nervosismo che ti spinge ad alzarti e fare qualcosa, qualsiasi cosa.
Nel buio di quella piccola stanza da letto ogni cosa sembrava a suo posto. La scrivania pulita ed ordinata, le librerie con i numerosi libri, il grande armadio, la mensola messa di fronte al letto con sopra il televisore, la porta chiusa con la chiave nella sua toppa e le imposte delle finestre anch′esse chiuse per non far passare la luce dei lampioni stradali di fuori.
Il tempo passava. Forse dormiva, forse non ancora. nemmeno lui se ne rendeva conto mentre si rigirava alla ricerca della posizione giusta. Passava pure un′ora e per lui era solo un interminabile istante da sveglio che non finiva mai.
Accese il cellulare per controllare l′ora, erano le 12,03, troppo presto per alzarsi e troppo poco tempo passato a dormire. Dopo anni soffriva ancora di insonnia forse? Inutile chiederselo, era meglio provare a prendere sonno.
Il giorno dopo avrebbe avuto una giornata intensa. Fatta di un lavoro precario stressante e mal pagato, di una fidanzata bella ma nevrotica nelle sue fissazioni e di una famiglia che desiderava tanto che avesse un buon lavoro, che se ne andasse pure di casa. Allo stesso tempo volevano pure che dava una mano dentro, visto che avevano tanto bisogno di lui. Le solite fatiche e contraddizioni quotidiane.
Chiuse gli occhi, prova a dormire pensava. Niente, era inutile. Il sonno quella notte lo aveva abbandonato, tanto vale fare come faceva quando non riusciva a dormire  anni fa e, sconfortato dalla stanchezza, si alzò dal letto.
Tutto nella stanza aveva il colore del buio. Solo la luce del cellulare che usava come torcia illuminava di poco.
Prese il telecomando dalla scrivania e accese il televisore iniziando a cercare qualcosa che gli conciliasse il sonno.
C′era molta pubblicità, di questo o quel prodotto, comprate questo e sarete così dicevano. Oppure repliche di programmi che andavano in onda di giorno, come se vederli una volta non bastasse. Con la faccia assonnata e i capelli sfatti girava per i canali alla ricerca di qualsiasi cosa di interessante da vedere, anche qualcosa di noioso andava bene. In fondo un canale valeva l′altro.
Smise di cercare quando vide quella sigla famosa. Stavano mandando in onda un vecchio telefilm poliziesco. Si era sempre chiesto come mai non lo mandavano più in onda anni fa. Aveva perso l′ultima puntata poiché il giorno dopo aveva un esame importante. Era meravigliato di poter vedere dopo anni l′ultima puntata.
Infilatosi di nuovo sotto le coperte, iniziò a guardare la televisione.
Il protagonista di quella serie era un poliziotto di nome John, indagava su di una serie di strani delitti. Nell′ultima puntata doveva trovare ed arrestare l′assassino psicopatico di nome Frank, colpevole degli efferati e brutali omicidi.
Non era affatto male come serie per lui, anche se un po’ banale.
Le immagini sullo schermo si susseguivano. Ora con una sparatoria, ora con un pianto di una vittima morente, e alla fine con l′inseguimento conclusivo dell′eroe.
Il sonno si faceva sentire con la sua leggera pesantezza.
Senza rendersene conto chiuse gli occhi e iniziò a dormire, proprio quando il protagonista del telefilm stava per aprire la porta rossa dove aveva visto entrare l′assassino.
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