SFIDA 2000 X 21 - GIORNO 3

Tenuta Arene del mini-racconto

SCOPRI COME PROSEGUE LA SFIDA ALL'ULTIMA PAROLA CONTRO ME STESSO


Eccoci alla terza giornata della sfida 2000 parole al giorno per 21 giorni consecutivi. Come nei due precedenti post, pubblicati in maniera aperiodica perché sono pigro, ti invito a sorvolare su eventuali errori grammaticali, di sintassi e di lessico. Sono tutti non voluti e considera che sto scrivendo di getto lasciandomi andare. Questo dovresti saperlo già avendo letto, me lo auguro, i due precedenti post.

Dal mio punto di vista è sempre meglio ribadire il concetto.


Come quando leggi il foglietto illustrativo dei farmaci. Ci sono le modalità d'uso che devi seguire, la composizione chimica, dove di solito io non capisco un gran ché e infine le avvertenze con gli effetti collaterali sulla salute. Ti piacerebbe prendere subito la pillola e non pensarci più, vero? No, non si può. Devi sapere cosa stai facendo e cos'è meglio non fare.


UN PICCOLO ESERCIZIO PER AVERE QUALCOSA DA SCRIVERE SEMPRE, ANCHE QUANDO NON HAI L'ISPIRAZIONE


In questo momento si sta verificando un problema mentre scrivo: ho avuto un attimo dove non avevo la più idea di cosa battere al pc.

Conosco la soluzione a questo problema, solo che voglio risparmiarti di farti leggere ripetutamente la parola "tavolo", "sedia", "stampante" e altro ancora per sbloccarmi.

Nel caso non lo sapessi, ti ho appena descritto un piccolo esercizio trovato dentro un manuale per migliorare la voce e applicabile qui.

L'esercizio consiste di parlare e riparlare in continuazione per un tot di minuti che hai prestabilito senza fermarti.

Non ha importanza quello che dici o che abbia senso. L'importante è continuare a parlare ininterrottamente per tutto il tempo che vuoi, alternando tono, ritmo, volume e velocità della voce.

Non bisogna ripetere ad alta voce un testo. Sarebbe come se parlasse un robot e non una persona. L'obbiettivo è sbloccarti, non diventare una macchina.

Nel momento in cui non sai che cosa dire, inizi a descrivere l'ambiente intorno a te, ripetendo più volte i nomi degli oggetti. Oltre a questo, per continuare a parlare, puoi iniziare dicendo: come ti senti, come sei vestito, quello che hai fatto in passato e quello che vorrai fare.

Ci sono molte combinazioni a cui ti puoi dedicare mischiando più fattori nell'esecuzione di questo semplice ed efficace esercizio.

Allo stesso modo sto facendo qui: scrivere senza sosta fino a un certo limite, 2000 parole per l'appunto, così da apprendere l'abitudine che desidero e sbloccarmi del tutto nel processo creativo.

Noterai che durante l'esecuzione dell'esercizio riuscirai a parlare trovando sempre argomenti nuovi. È come per la bicicletta: quando impari a pedalare lo potrai fare per sempre. Non ho mai sentito di qualcuno che aveva dimenticato come si va in bici!

Ecco che di nuovo fa capolino da me questo mostriciattolo chiamato "blocco dello scrittore". Sto cercando di evitare di continuare il racconto abbozzato ieri. Sento che ancora è presto per farlo.

Mi deve venire un'idea per come proseguire ora.

Mmm...

Sto pensando...

Oggi è il 6 agosto 2016 e sono indeciso tra proseguire un racconto o scrivere altro...

...Continuo con le peripezie di Torrisi.



QUELLO CHE SUCCESSE ALLA TENUTA ARENE


Non riusciva proprio a capacitarsene.
Sì, faceva un caldo torrido. Sì, c'era l'emergenza siccità in buona parte dell'isola. E sì, molti insetti esotici stavano rovinando il lavoro a tanti come lui. Senza contare i numerosi incendi dolosi del periodo.
Non sapeva come spiegarsi il motivo per cui tutti gli alberi d'arance fossero diventati così avvizziti, scuri, spogli e senza frutti. Era come quando in autunno cadono le foglie e mentre cammini ne vieni sommerso fino alla caviglia. Queste poi non erano gialle: erano ancora verdi.
Il vecchio Arene prese una di quelle foglie verdi, chinandosi per esaminarla molto da vicino. La portò davanti agli occhi per controllarla. Con il naso la odorò per sentirne il profumo, non emanava odore.
Allo stesso modo i frutti, non emanavano odore. Avevano la loro consistenza e molti erano ancora verdi. Ne tagliò uno per vederne l'interno: non era marcio né avvizzito, eppure non emanava alcun odore.
«Signor Arene, ci sta quella vecchia pazza di Santina che le vuole parlare.» Gli disse uno dei suoi pochi lavoranti registrati indicando il cancello d'entrata.
«E che cosa vuole quella?» Disse infastidito, «non glieli do i soldi della sua paga dopo che si è lamentata del caldo. Digli che la pago il mese prossimo per le pulizie che ha fatto.»
«Riferisco.»
Non sopportava di doverla pagare, sopratutto dopo il suo tentativo di spingere altri suoi lavoratori in nero di chiedere d'esser registrati. Ma come? Io ti faccio lavorare e ti regalo soldi e tu ti lamenti pure? Non è possibile proprio.
Una piccola manina iniziò a tirare i suoi pantaloni beige Versace.
«Papà, posso mangiare un'arancia? Ho fame.»
«No Pietro, non toccarle per niente fino a quando non te lo dico io.» Gli rispose con tono calmo. Aveva un particolare sguardo carico d'affetto mentre gli parlava. «Ora ti porto in cucina, ci sono dei gelati e te ne prendi uno.»
«Va bene, posso andarci ora?»
«Sì.» Si voltò verso uno poco distante da lui che stava raccogliendo da terra il salvabile delle arance «Omar, vieni qua. Accompagna Pietro dentro e dagli un gelato.»
«Sì Signor Arene» prese per mano il piccolo Pietro e andarono verso la tenuta.
Rimasto da solo il padrone di tutti quegli aranci spogli e mal ridotti iniziò a pensare. Cos'è successo dall'oggi al domani? Ieri erano verdi e rigogliosi. Oggi sono diventati così, marci e morti.
Un senso di vuoto e sconforto lo invadeva. Non sapeva da dove iniziare e che cosa pensare. Poteva essere una vendetta? Di solito bruciano il campo oppure lo avvelenano e muore tutto. Ma qui non c'erano bruciature né tracce di veleno, e lui lo sapeva bene perché da giovane lo faceva quando qualcuno non voleva seguire certi consigli.
Chi poteva essere stato? E sopratutto, quanto aveva perso quel giorno, pensava. Magari era una buona idea inscenare un incendio per l'assicurazione.
«Signore, l'anziana Santina chiede ancora di lei» disse l'uomo di prima.
«Ancora lei?» Esclamò arrabbiato «digli a quella vecchia pazza che...» Di colpo si fermò, impaurito per quello che stava vedendo. Il suo lavorante era strano, respirava profondamente facendo molto rumore, gli occhi suoi erano sgranati con lo sguardo fisso e cadeva un po' di bava dalla bocca.
«Signore, l'anziana Santina chiede ancora di lei, signore» ripeté con fare meccanico.
«Sì, ora ci vado. Digli di aspettarmi cinque minuti.»
«L'anziana Santina la vuole al cancello signore!» Urlò con una voce stridula che non era la sua.
Arene divenne di colpo pallido. L'uomo che aveva davanti mutò di colpo, la pelle cambiò colore in nero con un'espressione in viso che non gli aveva mai visto, carica di odio inspiegabile. «Sì, ora vado da lei...» Rispose con una voce flebile.
C'era qualcosa di strano. Non solo nei suoi alberi di arancio, né in quell'uomo che conosceva da anni e che di colpo era diventato così pauroso. No, era nell'aria. Si accorse che il vento caldo di prima era sparito, così come il suono delle cicale. Un improvviso silenzio era calato su tutto il suo terreno.
Conosceva donne che potevano lanciare il malocchio. In particolare una a cui aveva chiesto un servizio anni fa ed era andato come richiesto da lui. Era costato parecchi euro e ne valse la pena: aveva eliminato un suo concorrente senza sporcarsi le mani. Questo che stava succedendo era del tutto fuori dal normale comunque, inconcepibile. Quella pazza della vecchia Santina fosse una che poteva fare fatture? Nessuno glielo aveva detto.
Arrivato al cancello vide un gruppetto dei suoi lavoranti immigrati ai lati. Anche loro più scuri di quanto lo erano prima, quasi neri.

Finse di essere sicuro di sé e si avvicinò a lei. Era come al solito vestita di stracci sporchi, sebbene quel giorno puzzava di meno che in altri.
«Ciao Santina, come stai?» Chiese con il suo solito tono fermo.
«Sto bene... Padrone» pronunciò l'ultima parola con fare di scherno. Non l'aveva mai vista così, sembrava un'altra persona, seppure teneva ancora tutte quelle rughe, gli occhi piccoli e i capelli argentati legati dietro. A pensarci bene era strano quell'aspetto per una di cinquant'anni circa.
«Che cosa vuoi? Ti ho già detto che ti pagò la settimana prossima.»
«No, tu mi paghi ora» divenne di colpo arcigna, alzando la voce «e voglio anche di più.»
«Di più? Ringrazia che in tutto questo tempo ti ho preso a lavorare da me e dandoti tutti quei soldi.»
«Ne parli come se mi avessi fatto un favore, sciacallo!» Iniziò a gridare. Aprì e attraversò il cancello.
«Che cosa stai facendo? Non ti permettere di entrare strega!» Troppo tardi per fermarla, ormai era dentro nonostante fosse stato chiuso a chiave.
«Strega a me? Dammi i miei soldi! Ladro!»
«Ladro a me? Lurido cadavere ambulante, vattene fuori subito!» Si voltò verso i suoi lavoranti «che fate fermi lì? Cacciatela via! Buttatela fuori!»
Non si mossero di un millimetro. Erano come statue, immobili, sembrava che non respiravano nemmeno. Realizzò in quel momento che quelli dovevano essere d'accordo con lei fin da prima, infatti erano gli stessi che aveva convinto ad appoggiarla per essere registrati tutti.
«Pagami, dammi i miei soldi! Altrimenti so io che cosa ti faccio Arene il Bruciatore dei Campi!»
Una smorfia di sorpresa mista a rabbia si disegnò su di lui, come faceva a saperlo? «Come ti permetti di dire queste cose, maledetta! Come osi minacciarmi dopo che ti ho dato il pane. Ingrata. Sono io che te la faccio pagare a te!» Divenne tutto rosso come quando urlava fino a perdere la voce.
«E che cosa vuoi fare? Vuoi chiamare i tuoi compari nei Nebrodi? Oppure chiedere aiuto a Rizziconi dopo che gli hai leccato i piedi per cinque anni? Dimmi!» Gesticolava in modo veloce sbracciandosi tutta.
«Ti ammazzo! Strega maledetta! Morta di fame che non sei altro! Ti ammazzo a te e tutta la tua famiglia! Te la faccio pagare!»
«No, lecchino, sono io che te la faccio pagare, vedrai! A te e tutta la tua famiglia!» Dicendo questo infilò una mano dentro il suo vestito logoro dal collo, ne estrasse una collana d'argento con pallini neri tutti diversi.
«E cosa vuoi farmi? Una fattura? Non ci credo a queste cose lurida pazza che non sei altro! Vattene via!» Alzò di scatto il braccio destro e con il dito indice indicava il cancello ancora aperto.
«Te la sei cercata, infame e fasullo. Muori tu e tutta la tua progenie» gli diede le spalle e si incamminò. Era diventa all'improvviso calma, come se non avesse litigato.
Arene la guardava allontanarsi. Dalla rabbia che aveva non si accorse che Santina stava bisbigliando delle parole alla collana.
«Lurida pazza. E voi,» guardò i suoi lavoranti con occhi pieni di furia, «che cosa vi pago a fare se non fate quello che vi ordino? Stupidi! Che cosa avete al posto del cervello? Acqua di mare che vi è entrata dalle orecchie quando siete caduti dal gommone? Allora?»
Sì accorse solo in quel momento che Pietro era lì vicino. Aveva assistito a tutta la scena ed era rimasto zitto.
«Pietro vai dentro ora che... Ahhh!» All'improvviso uno degli immigrati lo aveva colpito con una pietra «ma ti sei bevuto il cervello? Ve la faccio pagare questa!» Si scagliò sopra quello che aveva lanciato il pesante sasso.
«Signor Arene, fermo. Lo lasci» l'uomo che aveva portato dentro Pietro provò a dividerli senza riuscirci.
«Vai a chiamare Mario e Antonio. Digli di portare le pistole, subito!» Gli ordinò mentre teneva per il collo l'altro.
«Signor Arene no, la prego, si fer...» Un'altro immigrato, totalmente nero e con una strana smorfia sul viso, spaccò il suo cranio usando un'enorme pietra. Caduto a terra continuò a colpire fino a ridurre la testa una poltiglia grigia.
Arene impaurito lascio andare l'altro. Iniziò a correre verso Pietro quando questi si lanciò sulle sue gambe facendolo cadere «Pietro scappa, scappa! Vai via! Via!»
Il ragazzino non se lo fece ripetere due volte e scappò nella direzione opposta, verso l'altra entrata usata per i camion.
Il padre cerco di divincolarsi senza successo. Altri lo presero per le braccia e lo tenevano fermo. Non erano solo quelli che sfruttava ogni giorno questi, erano anche altre persone. Intorno a lui stavano facendo lo stesso a chi non era nero come loro.
Urla di dolore e disperazione echeggiavano nella sua tenuta e l'ultima cosa che vide fu l'enorme pietra che cadeva ripetutamente su di lui.


PER CONCLUDERE


Durante la scrittura di questo breve racconto, collegato a quello scritto ieri, ho avuto un po' di brividi. Un libro dalla libreria era caduto. L'avevo messo male, ok. Mi ha fatto spaventare comunque, visto che adesso sono le 22:22 mentre sto battendo a macchina.

Un dubbio mi assale ora, giusto per essere ancora più spaventato: Sono io che scrivo il racconto oppure è il racconto che si fa scrivere?

Alla prossima, sempre se riuscirò a dormire.

P.s. Stanotte rischio di rimanere sveglio per questo post. Condividilo ora, così mi ripagherai per il lavoro che ho svolto ✅
Torna su